La Xylella spiana la strada al Negramaro spumante

Nella ribollente disputa sulla Xylella in Puglia, che scatena passioni e odii pazzeschi, è piombato come un macigno un articolo del «Gambero Rosso», pregiata tv e rivista, che segnala nel vino, e segnatamente nel Negroamaro a bollicine, il futuro del Salento.

Le sensibili antenne del «Gambero rosso» rimarcano una tendenza nuova: prendere un vino antico per trasformarlo in un sofisticato spumante. Vino e vigneti al posto dell’olio e degli uliveti uccisi dalla Xylella? «Non sarà certo il Negroamaro spumante a poter sostituire una filiera in ginocchio», precisa il presidente della Coldiretti regionale, Gianni Cantele. «Qui si ragiona su di un fatturato olivicolo di 6-700 milioni di euro che è a rischio per colpa del batterio della Xylella». Sembra che quest’anno la produzione sia calata di un 40%. Un disastro economico oltre che ambientale.

Nessuno, insomma, può nemmeno immaginare di sostituire l’olio pugliese con una qualche produzione, pur ottima, ma di nicchia. E poi ci sono le leggi nazionali e regionali che non si possono aggirare. I nuovi impianti di vigneto sono soggetti ad autorizzazione: alla Puglia spetta al massimo un migliaio di ettari di nuovi impianti all’anno. Ahimè, drammaticamente, sono centinaia di migliaia gli ettari coltivati a oliveto e considerati infetti.

Al di là delle teorie, dell’intervento della magistratura, e anche dei complottismi - puntualmente c’è chi ha gridato alla cospirazione che finalmente avrebbe gettato la maschera, condotta dalle grandi cantine - il panorama agricolo della Puglia sta cambiando aspetto. Interi uliveti secolari, dapprima in provincia di Lecce, ma ora anche verso Brindisi e verso Taranto, si disseccano. I monumenti naturali non reggono all’aggressione del batterio. C’è da dire, però, che quel panorama agricolo che siamo abituati ad associare alla Puglia, terra di estesi uliveti, era già stato trasformato radicalmente a metà degli anni ’70. «Sotto l’onda dello scandalo del metanolo - ricorda Cantele - con il vino di massa ormai invendibile, furono espiantati migliaia di vigneti tradizionali che in tanti casi fecero spazio a nuovi uliveti.

In quel momento storico, agli imprenditori agricoli l’olio sembrò una buona soluzione alternativa». Fu allora la scomparsa di un paesaggio millenario, con le vecchie care viti «maritate», quelle che si avviluppavano a un singolo albero portante, oppure i vigneti «ad alberello» che ancora si vedono nel brindisino e nel leccese, soprattutto varietà di Negroamaro, Malvasia nera, Primitivo e Susumaniello. Sotto la spinta della Comunità europea che dava sovvenzioni per l’espianto di vigneti non abbastanza moderni, e sotto l’urto della disperazione del metanolo, la Puglia ha già cambiato aspetto una volta. Lo farà di nuovo? Vedremo presto anonimi filari di vite al posto di nodosi ulivi?

Al «Gambero Rosso»,il giornalista e saggista Andrea Gabbrielli, autore di «La civiltà del bere», sembra quasi augurarselo. La Coldiretti, invece, ci crede poco. Detto ciò, grandi sono le speranze per il nuovo Negroamaro con le bollicine. Con gli occhi al fenomeno del prosecco, in diverse cantine pugliesi accanto ai tini di rovere si vedono già al lavoro le autoclavi. Alcuni commercializzano gli spumanti rosè. «In effetti anticipando la vendemmia - dice Cantele, che è vitivinicoltore e che sta provando anche lui con le “bollicine” - il vitigno del Neogroamaro si presta bene, per zucchero e acidità dell’acino, al metodo spumante classico. Le premesse per vini nuovi ci sono. Vedremo che cosa ci riserva il futuro».

(FRANCESCO GRIGNETTI, La Stampa TUTTOGREEN 19/12/2016)