L’olio vergine d’oliva è alla base della cucina spagnola e un ingrediente insostituibile nella dieta mediterranea. Sano, salutare e davvero gustoso, è una delizia che vi invitiamo ad assaporare nei territori di coltivazione. In questo modo si può conoscere il processo produttivo mentre si scopre la cultura che ruota intorno all’olivo. Una volta assaggiate le specialità gastronomiche, vorrete certamente portare a casa l’olio extravergine d’oliva della Spagna.

La Spagna è il maggior produttore a livello mondiale di olio vergine d’oliva, la cui qualità è dimostrata dall’esistenza di27 Denominazioni di Origine. La maggior parte si trova in Andalusia (dodici) e in Catalogna (cinque). Si consigliano perciò queste regioni, per assaporare l’olio d’oliva nel territorio di coltivazione.

Jaén, l’uliveto dell’Andalusia

L’Andalusia è una terra di oliveti, soprattutto aJaén, come si può notare già all’arrivo, visto che tutto ruota intorno all’olio d’oliva. Vi invitiamo a provare la gastronomia locale e a percorrere l’Itinerario dell’Ulivo, nella Sierra Mágina, dove si trovano enormi distese di ulivi distribuiti intorno al Parco Naturale di Sierra Mágina. Questo permette di visitare località che riflettono dalla cultura associata alla coltivazione dell’ulivo, sia attraverso la caratteristica architettura dei cortijos, sia attraverso le tradizioni e l’artigianato locali. Si potranno visitare almazaras (molini per la spremitura delle olive), partecipare a degustazioni e conoscere i processo completo di produzione presso il Museo della Cultura dell’Ulivo, a soli otto chilometri da Baeza e a meno di 20 da Úbeda, due città i cui complessi monumentali di epoca rinascimentale sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Ci sono molte piccole località che fanno parte dell’Itinerario dell’Ulivo di Jaén. Ad esempio, Cambil, dagli ulivi centenari; Jimena, con un’enorme valle di uliveti che va dalla Sierra Mágina alle rive del Guadalquivir; o l’arida Cabra del Santo Cristo, l’uliveto del deserto. Per saperne di più e per preparare l’itinerario che meglio si adatta alle vostre aspettative, è consigliabile rivolgersi agli uffici del turismo di Jaén.

Un’altra possibilità interessante è seguire il percorso della Via Verde dell’Olio in bicicletta o facendo sentierismo. Sono circa 60 chilometri che partono dalla zona a nord della città di Jaén e si inoltrano nella catena montuosa dei dintorni, attraversando numerosi oliveti.

Ulivi monumentali a Cordova

Cordova , sempre in Andalusia, è un’altra delle principali zone di produzione di olio in Spagna, con numerosissime località legate all’ulivo. Nella maggior parte vengono organizzate colazioni e degustazioni dove il protagonista è l’olio vergine, oltre a visite guidate a località come HornachuelosMontoro e Adamuz, nei pressi della città di Cordova e ai Parchi Naturali di Cardeña - Montoro e di Hornachuelos, con più di 100.000 ettari coltivati a ulivi. Cordova vanta inoltre diverse piante di ulivo centenarie in località come AlmedinillaBaena, Luque, MontillaPriego de Córdoba e Lucena. La zona regolata dalla Denominazione d'Origine Protetta "Priego de Córdoba" comprende 29.628 ettari nei comuni di lmedinilla, Carcabuey, Fuente Tójar e Priego de Córdoba e si estende all'interno del Parco Naturale delle Sierras Subbéticas. Negli uffici del turismo di Cordova si possono richiedere informazioni sulle numerose almazaras e impianti di imbottigliamento aperti al pubblico e sulle attività proposte.

L’olio di oliva in Catalogna

La Catalogna è la seconda regione spagnola per presenza di denominazioni di origine. Queste si dividono principalmente tra la Costa Brava, la Costa Dorada e Lleida. Nella prima, ricordiamo i municipi di Cabanes, Pau, Toroella de Montgrí, Ventalló e Vilafant. D’altra parte, la Costa Dorada conta con Reus, una delle capitali storiche dell’olio, e località come CambrilsHorta de Sant Joan, che vanta un ulivo millenario, la zona del Priorat e la zona sulle rive dell’Ebro, tutte in provincia di Tarragona. Qui esistono cooperative che offrono visite guidate per osservare da vicino il processo di produzione dell’olio. Nella provincia di Lleida, si consiglia la visita ai territori di Les Garrigues, El Segrià e L’Urgell. Alcune delle fermate obbligatorie sono quella all’Ecomuseo dell’Olio, a Pobla de Cèrvoles; al Museo dell’Olio di Castelldans; e al Parco Tematico dell’Olio, situato a Les Borges Blanques dove si trovano ben cinquantaquattro piante d’ulivo millenarie.

Oltre alle degustazioni e alle visite guidate a oliveti e almazaras, in Catalogna si tengono, nei mesi da novembre a gennaio, numerose feste collegate all’olio in località come Reus, Castelldans, Espolla e Les Borges Blanques. In tutte queste località e in tutta la Catalogna si può assaggiare il Pan Tomaca (pane e pomodoro), una semplice pietanza della gastronomia catalana che acquista un sapore unico grazie all’olio vergine d’oliva.

L’Andalusia e la Catalogna sono le principali zone di produzione di olio in Spagna, anche se l’olio vergine d’oliva si produce anche in altre zone. Per esempio, la Castiglia – La Mancia vanta quattro denominazioni di origine e sui monti di Toledo si estendono numerosi oliveti che è possibile visitare. Altre zone dove si trova olio vergine d’oliva di prima qualità protetto da denominazione di origine: AragonaBaleariEstremaduraNavarra e La Rioja. Chi ama riportare un ricordo dal viaggio, con l’olio extravergine d’oliva si sentirà a ogni pasto di nuovo in Spagna.

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Un simbolo dell’intera nazione

La pianta d’olivo è una delle colture più tipiche dell’intero bacino del Mediterraneo, tanto da potere essere considerato uno dei simboli stessi del Mare Nostrum.

Nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo si trovano circa 750 milioni di piante, pari al 95% degli alberi d’olivo presenti in tutto il mondo. Nel Mare Nostrum si produce il 99% dell’olio d’oliva dell’intero pianeta. Il significato di questa pianta e del suo frutto è ben spiegato dallo scrittore croato Predrag Matvejevic nel suo “Breviario Mediterraneo”, splendida e impareggiabile antologia del Mare Nostrum: “La produzione dell’olio non è solo un mestiere, è una tradizione.

L’oliva non è solo un frutto: è anche una reliquia”.

magna grecia

Quel che scrive Matvejevic, che corrisponde a verità per l’intero bacino del Mediterraneo, è valido in modo particolare per la Grecia. La Repubblica Ellenica è a tutti gli effetti la patria dell’albero d’olivo e dei suoi frutti (olive e olio).

L’olivo è nato in Grecia e alla civiltà ellenica deve la sua affermazione e la diffusione nel Mediterraneo e in tutto il resto del mondo. La mitologia greca narra della creazione di questa pianta, facendo riferimento a una diatriba tra Poseidone ed Athena i quali, volendo entrambi ottenere il diritto di edificare un proprio tempio sull’Acropoli, offrirono due loro “invenzioni” originali a Zeus. Ne uscì vincitrice Athena che inventò l’olivo, rispetto a Poseidone che creò il cavallo. Questo episodio della mitologia è rappresentato in una scultura di Fidia, posta in origine sul frontone occidentale del Partenone e oggi conservato al British Museum di Londra.

Per ciò che concerne la storia, le prime notizie relative all’albero d’olivo risalgono al 3500 avanti Cristo.

Le prime coltivazioni sorsero a Creta in tale periodo, quando stava muovendo i primi passi la grande civiltà minoica. L’albero d’olivo più antico si troverebbe proprio a Creta, precisamente a Pano Vouves, nei pressi di Chania. Intorno al 2000 avanti Cristo, la coltivazione dell’olivo si era ampiamente affermata a Creta, divenendo un pilastro dell’economia cretese. Dall’isola di Minosse l’olivo fu esportato nella Grecia continentale e in tutto il bacino del Mediterraneo. Sono stati gli antichi greci a diffondere nel Mare Nostrum questo albero. Nell’antichità, l’olio d’oliva era utilizzato, oltre che come cibo, per altre funzioni.

L’olio era ampiamente usato in medicina perché utile per molti tipi di cure. Ippocrate, il più grande medico dell’antichità, lo usava sistematicamente i suoi pazienti. Oltre alla medicina, l’uso dell’olio era largamente diffuso come cosmetico e per rituali sacri.

Oltre alla storia e alla mitologia, anche ai giorni nostri l’olio d’oliva è un prodotto di notevole importanza la Grecia, con una valenza significativa di natura economica, sociale e culturale.

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Alcuni regni arabi, come quelli dei Sabei e dei Minei risultano risalire al XII sec. a.C.

Passi della Bibbia e iscrizioni assire documentano l’esistenza di tribù arabe carova­niere nell’VIII – IX sec. a.C.

Erodoto dice che gli Arabi sono tra i popoli del mondo i più rispettosi dei patti; che compiono riti agli astri: ad Urania, Alilàt, stélla della sera, e a Dioniso, Orotàlt; che, dopo aver fatto l’amore, gli sposi, ognuno per conto proprio, bruciano sostanze aromatiche e si siedono accanto al fumo.

Dal paese d’Arabia spira un profumo di grande dolcezza.

Diodoro Siculo distingue un’Arabia siticulosa, metà desertica, con capitale Petra (tra Siria ed Egitto) e un’Arabia felice, a sud, evoluta e ricca, anzi opulenta, di ogni specie di erbe aromatiche, di frutti odorosi, di vari animali terrestri e di leggiadri uccelli, di mirra, di incenso, di oro e di pietre preziose.

Marco Giulio Filippo, l’Arabo, figlio di uno sceicco, diventò, nel III sec. d.C., im­peratore romano.

Ma è solo nei primi decenni del VII sec. che gli Arabi (da arab = arido o da arabak = occidentale) entrano prepotentemente nella storia del Mediterraneo. Con Arabi si indica­no non solo gli abitanti dell’Arabia, ma tutti gli individui di lingua madre araba, apparte­nente alle lingue semitiche.

Prima di Maometto, erano chiamati, molto genericamente, dai Greci, Sarakenoi, Saraceni, probabilmente dall’ arabo sharkiyum, orientale.

Maometto, discendente da una delle più nobili famiglie arabe, bello di persona, non imparò a leggere e a scrivere e dettò ad un amanuense le sue comunicazioni con il cielo; esse vennero riunite in un libro sacro “Il Corano”, degno di star vicino agli altri libri sacri del Mediterraneo.

Questo grande della storia arrivò, in un modo che genera sorpresa ed ammirazione, a fare di sparsi individui, fieri della loro indipendenza e delle loro tradizioni, non solo una nazione, ma un compatto esercito che, sotto una professione di fede, apparentemente mol­to semplice: “Credo in un solo Dio Allah e Maometto è il suo profeta”, nel nome dell’Islam (che vuol dire sottomissione alla volontà di Dio), riuscì a creare un impero sul Mediterraneo, dall’Asia all’Atlantico, e a dar vita ad una forza religiosa che si sarebbe diffusa in gran parte del mondo.

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“Celti” – Keltoi e Galàti per i Greci, Galli per i Romani – era il nome dato ad antiche popolazioni abitanti non solo il nord ma I’ovest dell‘Europa (Erodoto) e le sponde del Da­nubio. In Spagna erano conosciuti come Celtiberi, perché considerati tutt’uno con gl’Iberi (provenienti dall’Africa?) e con i Liguri, i Ligyes (provenienti dall’Italia?).

Anche le popolazioni germaniche appartenevano al ceppo celtico. Caligola, impera­tore romano (12-41), quando s’accorse che mancavano dei prigionieri germanici per il suo “trionfo”, non esitò a scegliere tra i Galli i più prestanti ed alti e li obbligò “non solo a tingersi di rosso i capelli e a portarli rialzati sul capo, ma a parlare il dialetto germanico e a portare nomi germanici”.

Secondo Dionisio d’Alicarnasso rientravano tra i Celti anche le popolazioni illiriche, tra le quali gli lapodi.

I Celti, più che dalle stesse origini, erano uniti dal comune patrimonio di costumi, di credenze religiose e in modo peculiare, dalla lingua.

Veneravano la natura e ne onoravano gli dèi: il Sole, la Luna; per concezione atavica trascuravano i templi perché preferivano adorare gli dèi sotto le piante più grandi del bo­sco, appendendo ai loro rami le offerte votive.

Chiamavano Bardi i loro poeti-cantoni e Druidi i loro sacerdoti – filosofi – teologi; da costoro vennero la più forte ostilità e resistenza all’invasione romana. Lo stesso Giulio Cesare considerava i soldati celti valorosi e arditi nel combattimento. I Celtiberi si op­posero per due secoli alla conquista romana; l’opposizione fu veramente fiera tanto che le donne spagnole preferivano uccidere i propri figli piuttosto di lasciarli schiavi ai Romani.

La Spagna, in una moneta di Adriano, è simboleggiata da una figura femminile, se­duta, appoggiata a una montagna (i Pirenei) con mano un ramo d’ulivo; ai suoi piedi si vede un coniglio, cuniculus – così i Romani chiamavano sia il coniglio che le gallerie sot­terranee da lui scavate e, per traslato, le gallerie di una miniera -. Da qui l’immagine poi­ché la Spagna era ricca di miniere d’oro, d’argento e di ferro.

La Betica – per i Romani la Spagna meridionale – arricchiva Roma non solo spiritu­almente con grandi uomini come Seneca, Lucano, Adriano, Traiano, Marziale, Co­lumella, ma anche materialmente, con pregiati e abbondanti prodotti ricavati dal suolo e dal suo sottosuolo. Squisite qualità di olive, grandi quantità d’olio, ottenuto in modo mol­to raffinato, e prelibati vini venivano convogliati a Roma, insieme a preziosi metalli.

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Libici (per i Greci Libyes) erano chiamati gli abitanti del vasto territorio nord africano ad occidente dell’Egitto: la Libia; essa risulta abitata fin dal paleolitico.

I Fenici, nel l millennio a.C., vi fondarono le prime colonie ed i primi empori. Anche i Greci, nell’VIII sec. a.C., riuscirono a fondarvi colonie, però solo nella Ci­renaica (nome derivante da cirene che vuol dire asfodelo). Era stata la Pizia di Delfi, che considerava la Libia ricca di greggi, e la chiamava l’amabile, ad invogliare i coloni greci a raggiungerla.

Erodoto ci descrive le abitudini delle varie popolazioni libiche, probabilmente nomadi, considerate le più sane del mondo, e Teofrasto riferisce che molti erano gli ulivi in Cire­naica e grande la produzione di olio.

Del resto la Libia, fin dall’alba dei tempi abitata da animali feroci, era stata resa dall’ eroe Ercole “sicura e colta a tal modo che egli poté su e giù portare utili seminagioni e piantamenti fruttiferi, e dappertutto avere vigne ed oliveti”.

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Dagli scrittori classici, che ha decantarono, sappiamo che l’Italia antica era ricca di bo­schi e di corsi d’acqua (Strabone e Dionisio d’Alicarnasso).

Anche il suo clima, favorito da fattori ambientali e temperato in tutte le stagioni, era considerato molto salubre.

Ad eccezione – se ha si può considerare tale – di Catone che deplorava la gravità del­l’aria di Gravisce sulla Costa etrusca, gli antichi scrittori non parlano della malaria, la pe­ste che funestò l’Italia dalla caduta dell’impero romano fino alla seconda guerra mondiale.

Anzi. Di Crotone dicevano che si trovava in una zona saluberrima; quindi è solo nei secoli d.C. che la città e le coste ioniche conobbero la terribile piaga; anche i dintorni di Taranto, almeno fino ai tempi di Annibale, erano considerati salubri, ricoperti com’erano di folti boschi; di contro la pianura padana era in gran parte paludosa e deserta.

 

Le condizioni di civiltà e di sviluppo delle varie regioni italiane si presentavano al­quanto eterogenee.

Gli antichi abitanti della valle del Po si cibavano di miglio e non co­noscevano né il vino né l’olio.

Anche nelle altre regioni il frumento era pressoché sconosciuto; si usava, oltre al miglio, il farro o l’orzo; la vite, vitis, era un nome generico, valevole a designare qualsiasi vitigno.

 

Il pane – pare che i primi panificatori in Italia siano stati i Piceni – veniva cotto nei for­ni di casa; esso sostituì, ma non completamente né in tutte le regioni, le tradizionali polente o farinate, pultes, di farro o di legumi condite con olio, che erano il cibo quotidiano, sia per i ricchi che per i poveri, di tutte le antiche popolazioni italiche.

Troviamo la torta di farro, miele ed olio, nella cerimonia della “confarreatio”, uno dei tre riti di matrimonio in uso tra i Latini.

Era la cerimonia più antica – pare risalire a Romolo -, la più seguita – particolarmente dai patrizi – e la sola che aveva l’onore d’essere amministrata dal Flamen Dialis – l’albo­galeritus ministro di Giove.

Essa era molto semplice: consisteva nel dividere una focaccia di farro tra gli sposi e i testimoni (anche dieci).

 

Nei “Parentalia” – riti funebri che si tenevano dal 13 al 21 febbraio – si portavano ai defunti delle pultes, particolarmente di fave, considerate cibo dei morti, insieme a vino, latte e dei filori. Nonostante la sua evidente paganità, era un rito molto sentito e seguito ancora nel IV sec. se troviamo Monica, la madre di S. Agostino, incappare nella repri­menda del Vescovo perché aveva portato sulle tombe dei santi “una farinata, del pane, del vino”

Sulco redeuntibus altera cena

amplior et grandes fumabant pultibus ollae

– per gli adulti che ritornavano dai lavori dei campi

vi era una cena più abbondante

e la polenta fumava dai grandi paioli –

                                                                    Giovena   

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Spesso nell’iconografia romana la pace veniva rappresentata da una serena figura di donna che teneva in una mano una cornucopia e nell’altra un ramo di ulivo o un caduceo, una verga di ulivo ornata con una ghirlanda.

Anche l’unione coniugale era raffigurata da una graziosa donna, incoronata di ulivo e di mirto (l’antico geroglifico del mirto rappresentava l’allegrezza). In Roma gli sposi no­velli portavano ghirlande d’ulivo.

Secondo Artemidoro, pure i morti, condotti al rogo per i’incenerimento, venivano in­coronati d’ulivo, come a voler sottolineare il valore da loro dimostrato nella lotta per l’esistenza.

Il venir meno della pace era dato dal segno funesto della folgore che spezzava una pianta d’ulivo.

 

La cerimonia della dedicatio, consacrazione di un tempio, era regolata a Roma da una legge, la Papiria, che richiedeva l’autorizzazione del popolo e del senato. Le sacerdotes­se, dopo aver inghirlandato tutt’attorno il tempio da consacrare, ne irroravano le crepidini con rami d’ulivo intinti in acqua lustrale. Ungevano poi con unguenti preziosi la statua del dio o della dea che mettevano a giacere su un sontuoso letto. Ogni anniversario si ri­peteva la cerimonia, accompagnata da giochi e da feste per il popolo.

Come già in Grecia, una corona d’ulivo, oppure un ramo d’ulivo, contrassegnava gli ambasciatori:

 

ramus manifestat olivae legatum. 

                                             (Stazio)

 

E Roma, nota in tutto il mondo allora conosciuto come città guerriera, aveva dedicato il suo tempio più maestoso, sulla via Sacra, alla dèa Pace, forse per spirito di compensa­zione.

Era questo un tempio, ce lo riferisce Galeno, dove vi erano in continuazione una folla di ammalati, che si affidava alla dea, e poi parenti, in cerca di grazia per i loro cari che non potevano lasciare il letto.

Le testimonianze a noi pervenute, attraverso scritti, rappresentazioni figurative su me­daglie, monumenti, bassorilievi, ci rivelano che gli antichi collegavano l’ulivo alla parte più lieta della vita, alla pace, all’innocenza, alla tranquillità, al benessere, sia materiale che spirituale: “unto nel corpo e nello spirito”.

Con le fronde dell’ulivo venivano incoronati i nobili cavalieri romani nella solennità delle idi di luglio (15 luglio), quando essi, per l’occasione, montavano a cavallo con in­dosso la trabea – un bianco mantello adorno di strisce trasversali purpuree – con tanta im­ponenza da destare l’ammirazione di tutta la città.

Presso la porta Trigemina di Roma vi era un tempio dedicato a “Ercole Olivario”, for­se perché le imprese del dio erano spesso collegate all’ulivo e la sua clava, piena di nodi, l’aveva ricavata da un grosso tronco d’ulivo selvatico.

 

Nel quartiere “Velabro”, tra il Campidoglio e il Palatino, avevano le loro botteghe, spesso oscuri bugigattoli, i mercanti d’olio, che venivano chiamati olearii. Costoro erano riuniti in corporazione e, data la grande richiesta d’olio, tenevano sempre alto il suo prez­zo, tanto che si era diffuso un detto – riportato da Plauto -, “in Velabro olearii”, che veni­va riferito a combriccole di speculatori.

Il popolo faceva un parco uso d’olio, sia per il prezzo sia per i ricordi del passato, quando, nella Roma dei poveri, era considerato un prodotto di lusso, permesso solo ai ric­chi.

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La prima civiltà europea che conosciamo a fondo, prima non in ordine di tempo ma di rilevanza, è quella greca i cui primordi hanno per culla ha civiltà che si sviluppo sulle iso­le dell’Egeo, su Creta particolarmente.

E’ un vanto dell’archeologia moderna l’aver riportato alla luce i resti della civiltà crete­se, risalente al 3400 a.C., grazie principalmente a Sir Arthur Evans, che la descrisse in un’opera monumentale “Il Palazzo di Minosse”. (J. Evans “The Palace of Minos at Knossos”, London, 1921-35)

Così egli chiama il palazzo reale di Cnosso, capitale di Creta, l’isola che vantava, se­condo Omero, ben novanta città:

Giace un’isola in mar, che nome ha Creta e, popolata da infinite genti, su novanta città porta corona. (Omero, Odissea, XIX 205-207) 

 

Minosse – forse non era un nome proprio ma il titolo dei re di Creta – aveva per simbo­lo del potere la doppia ascia, labrys, e, poiché imponeva tasse in natura, riusciva ad im­magazzinare nel suo vasto palazzo (del 1900 a.C. circa) una grande quantità di viveri, tra cui il vino, woinos, e l’olio, elaiwon, che venivano conservati in giare, grandi quanto o più di un uomo.

Questi due nomi, woinos ed elaiwon, ci sono stati trasmessi dai Minoici, gli abitanti di Creta, i quali, dai geroglifici dei vecchi tempi, erano passati ad un più semplice tipo di scrittura, decifrata, nel suo stadio secondario – lineare B – , come una forma arcaica di greco. (Renfrew, L’Europa della Preistoria, Bari, 1987, p. 201)

 

I trasporti dei vini e degli oli venivano effettuati con otri di pelli di capra e ogni carico veniva attentamente segnato su tavolette di creta dai funzionari del palazzo.

I Minoici non solo conoscevano l’uso delle molae per ricavare il vino e l’olio, ma pos­sedevano anche delle raffinerie per l’olio. Erano essi di razza mediterranea, simili, nel co­lore della pelle, ai Fenici; le donne possedevano bellezza e grazia eccezionali e gli uomi­ni, loro estimatori, amavano circondarle di oggetti raffinati.

 

Le loro stanze, di sera, venivano illuminate con lampade ad olio, di squisita fattura, re­alizzate in marmo, in terracotta, in bronzo. Con le stesse illuminavano le sacre caverne dell’isola, come ha famosa Grotta di Psicro, dove si recavano in pellegrinaggio, a fare sa­crifici e a lasciare doni votivi agli dèi.

Le ricche stanze del palazzo di Cnosso erano decorate con gioiosi affreschi; tra quelli a noi pervenuti uno ritrae un pittoresco balletto di fanciulle in un uliveto, e un’ altro raffi­gura rami d’ulivo in fibre; (Durant, La Grecia, Milano, 1958, p. 19: “Un affresco di Cnosso ci ha conservato un gruppetto di aristocratiche dame che, circondate dai loro ammiratori, godono lo spettacolo di un balletto eseguito in un uliveto da fanciulle vestite in modo pittoresco”; H. Gannett, Il Passato Ritrovato, Milano, 1965, p. 66) sono tra le più antiche rappresentazioni dell’ulivo, che cono­sciamo.

L’alimentazione deghi antichi Greci era alquanto sobria e comprendeva orzo, grano, legumi, latte, formaggi, miele, vino, olio, verdure, frutta e pesce.

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 “Fenici” è il nome dato dai Greci a una popolazione semitica proveniente come le altre tribù semitiche, dal deserto arabo.

I Fenici – dai confinanti del nord chiamati Cananei e Canaan la loro terra – abitavano una regione a nord della Palestina, che faceva parte dell’antica Siria; era questa ma stri­scia di terra, poco fertile, avente, da una parte, il mare, che vi penetrava formando delle insenature adatte aghi approdi, e, dall’altra parte, i monti del Libano, folti di alti cedri, ot­timi per la costruzione di navi.

La natura della terra parve segnare il destino dei Fenici che era sul mare.

Già dal secondo millennio a.C., scorrazzavano – abili trafficanti marittimi com’erano, all’altezza dei famosi Cretesi e Micenei – su tutto il Mediterraneo, mentre nelle loro cele­bri città, come Tiro, Biblo, Sidone, valenti artigiani fabbricavano preziose mercanzie da esportare: artistici vasellami d’oro e d’argento, lane e lini tinti di porpora, gioielli, profu­mi ed unguenti.

Queste merci erano molto ricercate anche dagli Ebrei che, in cambio, davano loro pro­dotti alimentari tra cui il vino e l’olio d’oliva; ne parla la Bibbia.

Anche Omero parla dei Fenici, dalle nere navi, in parecchi passi; ad es. nell’Odissea:

 

Un Fenice arrivò, mastro di frodi…

Dalla Fenicia…

un dì sopraggiunse un‘operosa

gente, nell‘arte nautica maestra,

che mille seco industri bagatelle

su la nave recò.

 

Con le loro agili navi, seguendo di notte la costellazione dell’Orsa Minore, si spinsero al di là delle Colonne d’Ercole nel gran fiume Oceano fino alla Britannia, molto tempo prima del viaggio, e del relativo racconto sulla Britannia, di Pitea, marinaio greco detto il massaliota, vissuto nella prima metà del IV sec. a.C..

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Il Vecchio Testamento ci ha conservato il ricordo degli Ittiti: quando parla di Heth, fi­glio di Canaan (Gen. X 15); di Abramo che acquista, dai figli di Heth, la grotta presso Hebron (Gen. XXIII); delle mogli ittite di Esaù (Gen. XXVI 34 e XXXVI 1-3); quando dice che abitano la zona montuosa a nord della Palestina (Numeri XIII 29) e ne nomina Ia tribù (Gen. XV 19-21 e Giosuè III 10). Gerusalemme poi viene detta figlia di un Amorreo e di un’Ittita (Ezech. XVI 3).

Ma gli Ittiti, sconosciuti o volutamente sconosciuti – i Greci li ignoravano e gli stessi Ebrei li avevano cancellati come nazione -, estendevano il loro dominio su un vasto terri­torio, tra il Mar Nero e il Mediterraneo orientale, che i Greci chiamavano “semplicemente anatoli, oriente”.

 

La riscoperta dell’impero ittita è storia recente, risale alla metà del secolo scorso e, da allora, sappiamo, attraverso la decifrazione di documenti egiziani e di iscrizioni cuneifor­mi assire, che il paese degli Ittiti era conosciuto dagli Egiziani come “Grande Cheta” e dagli Assiri come “il paese di Hatti”.

Gli Ittiti avevano usanze e costumanze simili a quelle degli Assiri e dei Babilonesi. Presumibilmente quindi era in uso anche presso di loro ha ricetta d’empiastro, pervenutaci dalla Mesopotamia e considerata tra le più antiche della storia della medicina: “Ridurre in polvere delle pere e delle manna, versarvi sopra del fondo di birra, strofinare la parte ma­lata con olio e applicare l’insieme”.

Nel paese di Hatti, accanto a una evoluta medicina e a una valida chirurgia, coesi­stevano insoliti riti magici di propiziazione.

 

Eccone uno avente ho scopo di far riconciliare due familiari in lite tra loro. Dapprima si sostituiscono gli uomini con un animale: “Essi portano una pecora nera. La maga – la vegliarda — la presenta loro e dice: “La pecora nera sostituisce le vostre teste e tutte le par­ti del vostro corpo. La lingua delle maledizioni è nella sua bocca e nella sua lingua”. Essa agita la pecora sopra di loro. I due sacrificanti sputano nella sua bocca. Essi uccidono e fanno a pezzi la pecora. Accendono il focolare e la bruciano. Versano miele e olio d’oliva sopra di essa. (La maga) spezza un pane sacrificale e lo getta sul fuoco. Versa inoltre una libagione di vino”.

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