FIABE ITALIANE — la raccolta iniziò nel XIX sec. –

 

LA FINTA NONNA

Versione popolare italiana di Cappuccetto Rosso.

 

Una mamma doveva setacciare la farina. Mandò la sua bambina dalla nonna, perché le prestasse il setaccio. La bambina preparò in panierino con la merenda: ciambelle e pan coll’olio; e si mise in strada.

Arrivò al fiume Giordano.

– Fiume Giordano, mi fai passare?

– Sì, se mi dài le tue ciambelle.

Il fiume Giordano era ghiotto di ciambelle che si divertiva a far girare nei suoi mubinelli.

La bambina buttò le ciambelle nel fiume, e il fiume abbassò le acque e la fece passare.

La bambina arrivò alla Porta Rastrello.

– Porta Rastrello, mi fai passare?

– Si, se mi dài il tuo pan coll’olio.

La Porta Rastrello era ghiotta di pan coll’olio perché aveva i cardini ar­rugginiti e il pan coll’olio glieli ungeva.

La bambina diede il pan coll’olio alla porta e la porta si aperse e la basciò passare.

Arrivò alla casa della nonna, ma l’uscio era chiuso.

– Nonna, nonna, vienimi ad aprire.

– Sono a letto malata. Entra dalla finestra.

– Non ci arrivo.

Registrati per leggere tutto

HANS CHRISTIAN ANDERSEN (1805 – 1875)

 

IL VECCHIO LAMPIONE

 

C’era un buon vecchio lampione che era in servizio da molti anni, ma adesso doveva essere licenziato. Era l’ultima sera che stava sul palo a illumi­nare la strada, e provava un po’ la sensazione di essere una vecchia compar­sa di balletto che danza l’ultima sera e sa che domani dovrà restare in soffit­ta. Il lampione aveva un gran timore del domani, perché doveva comparire per la prima volta in municipio davanti al Consiglio dei “Trentasei”, che avrebbero giudicato se lui era ancora idoneo al servizio, oppure no.

Avrebbe­ro stabilito se mandarlo a illuminare un quartiere di periferia o una fabbrica di campagna; forse l’avrebbero mandato senz’altro in una fonderia, per farlo fondere, e in tal caso si sarebbe potuto fare di lui qualsiasi cosa, ma un dub­bio lo tormentava: chissà se allora avrebbe serbato memoria di essere stato un lampione d’una via di città?

Comunque andasse, l’avrebbero separato dalla guardia notturna e da sua moglie, che egli considerava in tutto e per tutto come la sua famiglia. Lui era diventato lampione di strada quando l’altro era stato promosso guardia notturna.

La moglie, a quel tempo, aveva sentimenti aristocratici, e soltanto la sera, se passava davanti al lampione, lo guardava, di giorno mai. Negli ultimi anni invece, da quando tutti e tre erano diventati vecchi, la guardia, la moglie e il lampione, la moglie si era anche presa cura di lui, aveva spolverato la lampada e ci aveva versato l’obio.

I due coniugi erano gente onesta, non avevano mai defraudato il lampione d’una goccia. Era l’ultima sera, quella, che lui trascorreva nella strada; domani sarebbe comparso in municipio; due pensieri questi, molto neri per il lampione, figu­riamoci, dunque, che luce poteva fare! Ma anche altri pensieri l’attraversava­no; molte eran le cose che aveva veduto, molte le cose su cui aveva fatto luce, forse neppure i “Trentasei” potevano contarne tante; ma lui non lo di­ceva, era un vecchio lampione per bene e non voleva offendere nessuno, meno che mai le autorità.

Si ricordava di moltissime cose, e di tanto in tanto gli balenava dentro una fiamma, e allora aveva come una sensazione che qualcuno si sarebbe ricordato sempre di lui!

Ora gli era tornato in mente un bel giovane. – Si, tanti anni fa! Arrivò con una lettera, un foglio di carta rosa pallido, molto, molto elegante, con tutto l’orlo d’oro; era una scrittura gra­ziosa, di mano femminile; la lesse due volte, la baciò, poi guardò me con due occhi che dicevano: io sono l’uomo più felice del mondo! Oh! soltanto lui ed io sapevamo cosa c’era scritto nella prima lettera della sua fidanzata. Ricor­do anche altri due occhi, strano come si possa saltare da un pensiero all’al­tro! Qui nella strada ci fu un funerale magnifico: la bella, giovane donna gia­ceva nella bara, sopra il carro di velluto; c’erano tanti fiori e corone, e tante fiaccole gettavano una luce così forte! ne ero tutto stordito; il marciapiede era pieno di gente, e tutti seguivano il carro, ma quando persi di vista le fiac­cole e mi guardai attorno, c’era ancora una persona appoggiata al mio palo, e piangeva; non dimenticherò mai quegli occhi addolorati che guardavano ver­so di me!

Molti pensieri attraversavano dunque la mente del vecchio lampione, che faceva luce stasera per l’ultima volta. Almeno la sentinella che smonta di guardia, sa chi prenderà il suo posto e può dirgli due parole; ma il bampione non conosceva il suo successore; eppure avrebbe ben potuto dargli qualche suggerimento sul tempo umido e piovoso, fino a quale riga del marciapiede arrivava il chiaro di luna o da che parte soffiava il vento.

Sulla passerella del rigagnolo c’erano tre tipi che s’erano presentati al lampione immaginando che spettasse a lui designare il proprio successore; uno di loro era una testa d’aringa che al buio ribuce, pensava che con lei si sarebbe fatto gran risparmio d’olio se l’avessero issata sul palo, al posto del lampione. Il secondo era un pezzo di legno marcio, che un po’ risplende, in ogni caso sempre più d’un baccalà, come disse lui stesso; era inoltre quel che rimaneva di un albero che aveva formato un tempo l’orgoglio di tutta la fore­sta. Il terzo era una lucciola; di dove venisse, il bampione non riusciva a immaginare, ma era lì e anche lei risplendeva; tuttavia il legno marcio e la testa d’aringa giurarono che sapeva illuminare soltanto in qualche epoca del­l’anno e che perciò non poteva esser presa in considerazione.

Il vecchio lampione disse che nessuno di loro riluceva abbastanza da poter fare da lampione, ma a questo nessuno di loro tre volle credere, e quando seppero che non spettava a lui designare il successore, dissero che si ralle­gravano molto, perchè lui era troppo decrepito per poter fare la scelta.

In quel momento, da dietro l’angolo della strada arrivò il vento, il quale soffiò nello sfiatatoio del vecchio lampione e gli disse: – Ma è vero quello che sento dire, che domani vai via? è l’ubtima sera questa, che ti incontro? Ah! ma allora ti faccio un regalo!

Ti soffierò nel cranio, in modo che tu non soltanto ricorderai a meraviglia quello che hai ascoltato o veduto, ma sarai anche così lucido da vedere ogni cosa di cui si legge o si parla in presenza tua!

– Ma è troppo bello per me! – disse il vecchio lampione, – ti ringrazio tanto! purché non mi facciano fondere!

– Non accadrà per ora! – disse il vento, – ed ora ravvivo col soffio la tua memoria; se ricevi parecchi regali come questo, avrai una vecchiaia molto piacevole!

– Purché non mi facciano fondere! – disse il lampione, – anche in questo caso mi assicuri che serberò la memoria?

– Vecchio lampione, sii ragionevole! – disse il vento, e soffiò. In quel mo­mento sbucò la luna. – Lei cosa dà? – chiese il vento.

– Io non dò niente! – disse quella, – io sono calante, lo vede, e i lampioni non mi hanno mai fatto luce, mentre io qualche volta ho funzionato al posto loro! – E la luna si ritrasse dietro le nuvole, perché non voleva essere seccata. Allora, proprio sullo sfiatatoio, venne a cadere una goccia d’acqua, era come una goccia di grondaia, ma quella disse che veniva dalle grigie

Registrati per leggere tutto

GIAMBATTISTA BASILE (1575 – 1632)

 

CUNTO DE LI CUNTI o PENTAMERONE

 

C’era una volta un re di Vallepelosa, che aveva una figliuola chiamata Zoza, la quale, come fosse nuovo Zoroastro o nuovo Eraclito, mai non si ve­deva ridere…

Il povero padre, non sapendo che cos’altro tentare, per un’ultima prova dié ordine che si aprisse dinanzi alla porta della reggia una grande fontana d’olio, con questo pensiero che la gente, che per quella strada passava in via­vai come formiche, allo schizzar dell’olio, per non ungersi i vestiti, avrebbe fatto salti di grillo, sbalzi di caprio e corse di lepre, scivolando e urtandosi, e a questo modo qualche caso sarebbe nato da eccitare la figliuola a uno scop­pio di riso.

Aperta dunque questa fontana, e stando Zoza alla finestra, così ben com­posta che pareva tutta aceto, venne per avventura una vecchia, che assor­bendo con una spugna l’olio, lo spremeva in un suo orciuolo. E mentre, dan­dosi un gran da fare, eseguiva intenta questa operazione, un diavoletto di paggio della corte tirò un sassolino cosí a segno che, colpito l’orciuolo, lo ri­dusse in frantumi. La vecchia, che non aveva peli sulla lingua, né era usa a portare alcuno in groppa, rivoltasi al paggio, prese a dirgli: “Ah, moccicoso, frasca, merdoso, piscialetto, saltarello di cembalo, falda al culo, cappio d’impiccato, mulo bastardo! Ecco che anche le pulci hanno la tosse! Va’ che possa coglierti il parletico!

Che tua madre ne riceva la mala notizia! Che tu non veda il primo di maggio!

Registrati per leggere tutto

FRANCOIS RABELAIS (1494 – 1553)

 

GARGANTUA E PANTAGRUELE

Alla composizione di questo libro signoresco non diedi mai né persi mag­gior tempo, o diverso, da quello stabilito per la mia refezione corporale, quello cioè del bere o del mangiare. E questo infatti il tempo più propizio a così alte discipline e a sì profonde speculazioni, come ben sapevano Omero, paragone di tutti i filologi, ed Ennio, padre dei poeti latini, secondo che testi­monia Orazio; sebbene un miserabile abbia detto che i suoi carmi sentivano più il vino che l’olio…

L’odore del vino, o quanto è più gustoso, ridente, propiziatorio, celeste e ineffabile che non il fiato d’olio. Si dica pure di me che io spendo più in vino che in olio, che io me ne glonierò quanto Demostene allorché di lui si diceva aver egli speso più in olio che in vino.

Per me, altro non è che onore e vanto l’esser detto e creduto valente cioncatore e buontempone, ed essere per tal fama iI bene accolto in ogni bella brigata di Pantagruelisti. A Damostene fu rinfacciato da uno schizzinoso che le sue orazioni maleolevano come lo stro­finaccio nero e fetido di un mercante d’olio.

 

Dal quinto libro:

Entrammo nel porto del Lanternese. Là, su di un’alta torre, Pantagruele rico­nobbe la lanterna della Rochelle che ci aiutò molto bene a vederci chiaro. Vedemmo anche la Lanterna di Pharos, di Nauplia e dell’Acropoli di Atene, sacra a Pallade.

Vicino al porto c’è un piccolo villaggio abitato dai Licnobiti, che sono un popolo che vive al lume di lanterne, così come i nostri fratelli questuanti, lecconacci e golaccioni, vivono di monacelle: gente studiosa, peraltro, e molto dabbene. Qui, anticamente, Demostene aveva lanternato.

Di là fino al palazzo fummo accompagnati da tre Obeliscolieni (obelischi a forma di lanterne), guardie militari del porto, dagli alti berretti a punta come gli Albanesi, ai quali esponemmo le ragioni del nostro peregrinare e il nostro pro­posito, che era di impetrare dalla regina del Lanternese una Lantema per rischia­rarci il cammino e guidarci nel nostro viaggio verso l’oracolo della Bottiglia…

Registrati per leggere tutto

LEON BATTISTA ALBERTI (1404 -1472)

 

APOLOGHI – all’amico Marescalchi e ad Esopo –

 

XXIV.  Nel tempio delle vergini vestali l’olio si lamentava perché il fuoco, alimentato dal suo consumarsi, non l’aveva mai, in tanti anni, ringra­ziato. Rispose il fuoco: “Ti basti la ricompensa di consumarti in un tempio e non in una taverna”.

 

LIX.     L’ulivo disse al fico, suo vicino, reso nudo dall’inverno, tutto coperto di neve e cereo per il freddo: “Forse che non ti avvertii del danno quando tu in estate ti gloriavi della tua lussureggiante veste? Ora vedi in me cosa vuol dire essere parsimonioso”.

 

Registrati per leggere tutto

ma risalente, come nucleo originario al IX sec. –

STORIA DI ALl COGIA, MERCANTE DI BAGDAD

 

Sotto il regno del califfo Harun-al-Rashid, disse la sultana Sherazad, vi­veva a Bagdad un mercante chiamato Alì Cogia, che non era fra i più ricchi, ma neppure fra i più poveri; egli abitava nella casa paterna senza moglie e senza figli. Mentre, libero delle sue azioni, viveva contento di ciò che gli procurava il suo commercio, egli fece per tre giorni di seguito un sogno in cui gli apparve un vecchio venerando dallo sguardo severo, che lo rimprove­rava perché non aveva ancora compiuto il pellegrinaggio alla Mecca.

Questo sogno turbò All Cogia e lo mise in un grande imbarazzo. Da buon musulmano, non ignorava l’obbligo di dover fare questo pellegrinaggio; ma poiché doveva occuparsi di una casa, di mobili e di una bottega, aveva sem­pre pensato che questi fossero dei motivi abbastanza importanti da esserne dispensato, e cercava di supplirvi con elemosine e altre opere buone. Ma, dopo il sogno, la sua coscienza lo pungeva così vivamente, che il timore che gli capitasse qualche disgrazia gli fece risolvere di non rimandare più il suo pellegrinaggio.

Per essere in grado di compierlo in quello stesso anno, All Cogia comin­ciò a vendere i suoi mobili; vendette successivamente la sua bottega e la maggior parte delle mercanzie di cui era fornita, conservando quelle che avrebbe potuto smerciare alla Mecca; e, in quanto alla casa, trovò un inquili­no che la prese in affitto. Predisposti così i suoi affari, era pronto a partire quando la carovana di Bagdad si sarebbe messa in cammino per la Mecca.

Gli restava soltanto da mettere al sicuro una somma di mille monete d’oro, che gli sarebbe stata d’imbarazzo durante il pellegrinaggio; infatti portava con sé soltanto il denaro necessario per le sue spese e altre necessità.

All Cogia scelse un vaso di capacità conveniente; vi mise le mille monete d’oro e finì di riempirlo con olive. Dopo aver chiuso il vaso lo porta da un mercante suo amico, e gli dice:

“Fratello, voi non ignorate che fra pochi giorni parto come pellegrino con la carovana per la Mecca; vi chiedo il piacere di volermi custodire questo vaso di olive, e di conservarlo fino al mio ritorno”.

Il mercante gli rispose gentilmente:

“Prendete, questa è Ia chiave del mio deposito; portateci voi stesso il vaso e mettetelo dove volete; vi assicuro che lo ritroverete”.

Giunto il giorno della partenza della carovana, All Cogia prese un cam­mello sul quale compiere il viaggio, lo caricò delle mercanzie che aveva scelto e si unì ad essa.

Arrivato felicemente alla Mecca, visitò con tutti gli al­tri pellegrini il tempio così famoso e così frequentato ogni anno da tutte le popolazioni musulmane, che vi affluiscono da tutti i paesi della terra in cui sono sparse, osservando con molto zelo le cerimonie religiose prescritte. Quando ebbe compiuto i doveri del suo pellegrinaggio, espose le merci che aveva portato per venderle o per scambiarle…

(Continuò poi a vendere le sue mercanzie in altre città come al Cairo, a Damasco, ad Aleppo, a Mosul ed arrivò persino nelle Indie).

Erano oramai passati sette anni quando egli risolse finalmente di tornare a Bagdad.

Registrati per leggere tutto

FEDRO (I sec. d.c.)

 

IL FRUTTO DELLE COSE

Gli Dèi un tempo scelsero le piante

destinate allo loro protezione.

Piacque a Giove la quercia. Poi a Venere

il mirto, a Febo il lauro, ed a Cibele

il pino, e l’arduo pioppo ad Ercole.

Minerva domandò meravigliata

perché avevano eletto piante sterili.

Giove spiegò: “Perchè nessuno pensi

che comprino col frutto questo onore”.

“Dicano ciò che vogliono, per Ercole!

a me l’ulivo e grato per il frutto”.

Allora il Padre degli Dei e il seme

primo dell’uomo disse: “Con ragione,

figlia mia, tutti ti diranno saggia.

Senza frutto non c’è che sciocca gloria”.

Non fare mai ciò che non dona niente!

 

LUCE E LUCERNE

Il ladro accese la propria lucerna

all’altare di Giove e mise a sacco

alla luce del Dio il tempio suo.

Ma quando uscì col carico sacrilego

s’udì la voce di quel luogo Santo:

“Offerte di maligni erano quelle,

Registrati per leggere tutto

Esopo (VI sec. a.C.)

 

LE PIANTE E L’ULIVO

Un giorno le piante si accinsero ad eleggere un re che Ie governasse, e dissero all’ulivo: “Sii tu il nostro re”.

“E io dovrei rinunciare al mio pingue prodotto, così apprezzato dagli dèi e dagli uomini, per andare a fare il re delle piante?”, rispose l’ulivo. Allora le piante, si rivolsero al fico: “Vieni a regnare su di noi”, ma anche il fico ri­spose: “Io dovrei rinunciare ai dolci e squisiti miei frutti, per andare a fare il re delle piante?”. Allora le piante si rivolsero allo spino: “Vieni tu a regnare su di noi”. E lo spino rispose alle piante: “Se davvero voi mi ungete re su di voi, venite qui a ripararvi sotto di me; se no, escano fiamme dallo spino e di­vorino i cedri del Libano”.

 

Ecco altre tre fiabe di Esopo sull’ulivo.

Registrati per leggere tutto